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STORIA DELL' EMIGRAZIONE DI ZOPPE'
APPUNTI SULL’EMIGRAZIONE A ZOPPE’ DI CADORE (PRIMA PARTE) Zoppè di Cadore si anima d’inverno e si spopola d’estate. Il motivo è semplice: i suoi abitanti nei mesi caldi fanno i gelatieri soprattutto in Germania, durante il freddo trascorrono le vacanze nella loro casa. Oggi sono emigranti particolari, che nulla hanno a che vedere con la valigia di cartone che è diventato un luogo comune per indicare i tempi duri dell’esodo per lavoro, quando i maschi erano costretti ad andarsene dal paese per sfuggire la povertà che era di tutti. Pompeo Livan, di Zoppè di Cadore, gelatiere a Wittlich, una cittadina di 17 mila abiotanti a una ventina di chilometri da Treviri, ha ricostruito la storia degli emigranti di Zoppè di Cadore. È partito dal Quattrocento, quando nel territorio comunale c’erano tre masi. Da questi tre masi, proprietà fondiaria a conduzione famigliare, con casa colonica, terreni, bestiame e attrezzature agricole, che aveva anche una sua valenza giuridica, si muove il Livan per ricostruire vicende umane e familiari. È un gelatiere , che si è laureato, dice scherzosamente, all’università delle scuole elementari, ma che ha sempre coltivato le storie della propria terra, che ha deciso adesso di scrivere perchè qualcosa resti. Bravissimo nel fare ricerche e nel presentare documenti. Nel tratteggiare momenti salienti di uomini e fatti di Zoppè. Senti la nostalgia di chi, nel suo lontano “al Cafè Livan” di Wittlich, ha il cuore nel suo paese e non vede l’ora che il caldo si attenui e arrivi l’autunno per tornare ad immergersi nel clima delle sue montagne. Una domandina: lei che ha tanto studiato il mondo di ieri, tanto povero e isolato, che impressione ne ha rispetto ad oggi? Quando, insomma, si stava meglio. “Sicuramente oggi si sta meglio economicamente, non ci sono dubbi; ma è altrettanto sicuro che umanamente, familiarmente, socialmente si stava meglio ieri. C’era amore e c’era solidarietà, valori che oggi non sono così forti come dovrebbero essere”. La storia dell’emigrazione di Zoppè degli ultimi 150 anni è soprattutto storia di gelatieri. Il 91% di chi ha lasciato il paese è andato a fare il gelatiere, il mestiere che è stato “la miniera” di fatica e di un vivere dignitoso per gli zoppedini. Questa è la prima parte della ricerca di Livan Pompeo,sono pagine che hanno anche il sapore di omaggio a tutti i gelatieri attivi in Germania. Facendo un censimento delle persone che il 10 gennaio 1995 abitavano a Zoppè si raggiunse il numero di 324, la stessa operazione fatta il 10 luglio 1995 diede 111 persone. Questi due dati raffrontati tra loro evidenziano che 2/3 dell’attuale popolazione di Zoppè emigra stagionalmente per lavoro. Pur considerando che chi emigra oggigiorno lo fa per libera scelta, per esercitare una libera professione oltremodo onorevole e redditizia, a differenza di ciò che è stato per il passato, rimane pur sempre il fatto che, statisticamente parlando, l’attuale economia di Zoppè si basa esclusivamente sull’emigrazione, viene quindi spontaneo chiedersi com’ebbe inizio quest’emigrazione e quali ne furono le cause. Le cause dell’emigrazione a Zoppè sono nate con il paese stesso per una ragione molto evidente: il limitato spazio vitale e l’asprezza del luogo. Tralasciando le antiche origini, fermiamoci alla fine del 1400 dove a Zoppè troviamo tre masi. Il maso era un’unità di terreno comprendente: casa, fienile e stalla, orto, campi, prati e parte del bosco. Tutto l’insieme doveva permettere il sostentamento onorevole della famiglia, pur numerosa com’erano le antiche famiglie patriarcali. L’insieme di questi tre masi formava all’incirca il territorio ove ora sorge il paese di Zoppè con i campi e i prati circostanti. I tre masi erano collocati, uno a Villa, uno a Bortolot e uno a Sagui.. Attorno a questi nuclei originari si svilupparono le tre frazioni che formano il paese di Zoppè. A valle di questi masi c’era il Ritorto, che fungeva da confine tre il Cadore e il Bellunese. Oltre il Ritorto c’erano i territori delle regole zoldane. A monte e alle spalle, oltre una piccola fascia di bosco, c’erano i pascoli comuni della regola dei monti da Vodo, mentre gli abitanti di Vodo e Vinigo avevano i loro prati particolari ed i coloneli di regola a Pian, Pecol, Fies, Socroda, Tamaril e la Mont de Sora. Appare quindi evidente che, il piccolo borgo che si sviluppò attorno ai tre masi originari, non avesse attorno ad esso uno spazio vitale nel quale praticare quell’agricoltura e pastorizia necessari al sostentamento dell’aumentata popolazione. Sul finire del 1500 erano già un centinaio gli abitanti di Zoppè con una quindicina di famiglie. Troppe per il ristretto territorio dei tre masi, e già troviamo la prima notizia di due famiglie che emigrano: Valeriano, figlio di Nicolò de Livan, che con la sua famiglia emigra a Venezia e Benvenuto figlio di Antonio pure de Livan che con la sua famiglia emigra a Trieste. Durante tutto il 1500 alcune famiglie di Zoppè integravano il magro bilancio familiare producendo carbone nei boschi, carbone che veniva in gran parte venduto ai forni e officine di Zoldo. Questa lucrosa attività durò fino all’inizio del 1600. Nella seduta del 10 settembre 1600, il consiglio della Magnifica Comunità di Cadore vietava tassativamente di vendere oltre i confini cadorini il carbone prodotto nei boschi del Cadore. I carbonai di Zoppè cercarono di opporsi con diverse motivazioni, prima di tutte la loro miseria, ma inutilmente. In loro aiuto venne il gestore del forno di Borca, Zaccaria Sagredo, che si disse disposto ad acquistare per il suo forno tutto il carbone prodotto dai carbonai di Zoppè, naturalmente ad un prezzo convenuto e non di mercato. Questo durò per tutto il 1600. Con i sudati risparmi le famiglie di Zoppè acquistarono poco a poco i prati attorno al paese: da Pian a Socroda, dalla Mont a Tamaril, da Pecol a Fies. Con l’aumento dei prati si sviluppò anche la pastorizia, ma nello stesso tempo aumentò anche la popolazione, vanificando detta espansione. Agli inizi del 1700 troviamo a Zoppè 320 abitanti divisi in 33 famiglie APPUNTI SULL’EMIGRAZIONE A ZOPPE’ DI CADORE (PRIMA PARTE) Zoppè di Cadore si anima d’inverno e si spopola d’estate. Il motivo è semplice: i suoi abitanti nei mesi caldi fanno i gelatieri soprattutto in Germania, durante il freddo trascorrono le vacanze nella loro casa. Oggi sono emigranti particolari, che nulla hanno a che vedere con la valigia di cartone che è diventato un luogo comune per indicare i tempi duri dell’esodo per lavoro, quando i maschi erano costretti ad andarsene dal paese per sfuggire la povertà che era di tutti. Pompeo Livan, di Zoppè di Cadore, gelatiere a Wittlich, una cittadina di 17 mila abiotanti a una ventina di chilometri da Treviri, ha ricostruito la storia degli emigranti di Zoppè di Cadore. È partito dal Quattrocento, quando nel territorio comunale c’erano tre masi. Da questi tre masi, proprietà fondiaria a conduzione famigliare, con casa colonica, terreni, bestiame e attrezzature agricole, che aveva anche una sua valenza giuridica, si muove il Livan per ricostruire vicende umane e familiari. È un gelatiere , che si è laureato, dice scherzosamente, all’università delle scuole elementari, ma che ha sempre coltivato le storie della propria terra, che ha deciso adesso di scrivere perchè qualcosa resti. Bravissimo nel fare ricerche e nel presentare documenti. Nel tratteggiare momenti salienti di uomini e fatti di Zoppè. Senti la nostalgia di chi, nel suo lontano “al Cafè Livan” di Wittlich, ha il cuore nel suo paese e non vede l’ora che il caldo si attenui e arrivi l’autunno per tornare ad immergersi nel clima delle sue montagne. Una domandina: lei che ha tanto studiato il mondo di ieri, tanto povero e isolato, che impressione ne ha rispetto ad oggi? Quando, insomma, si stava meglio. “Sicuramente oggi si sta meglio economicamente, non ci sono dubbi; ma è altrettanto sicuro che umanamente, familiarmente, socialmente si stava meglio ieri. C’era amore e c’era solidarietà, valori che oggi non sono così forti come dovrebbero essere”. La storia dell’emigrazione di Zoppè degli ultimi 150 anni è soprattutto storia di gelatieri. Il 91% di chi ha lasciato il paese è andato a fare il gelatiere, il mestiere che è stato “la miniera” di fatica e di un vivere dignitoso per gli zoppedini. Questa è la prima parte della ricerca di Livan Pompeo,sono pagine che hanno anche il sapore di omaggio a tutti i gelatieri attivi in Germania. Facendo un censimento delle persone che il 10 gennaio 1995 abitavano a Zoppè si raggiunse il numero di 324, la stessa operazione fatta il 10 luglio 1995 diede 111 persone. Questi due dati raffrontati tra loro evidenziano che 2/3 dell’attuale popolazione di Zoppè emigra stagionalmente per lavoro. Pur considerando che chi emigra oggigiorno lo fa per libera scelta, per esercitare una libera professione oltremodo onorevole e redditizia, a differenza di ciò che è stato per il passato, rimane pur sempre il fatto che, statisticamente parlando, l’attuale economia di Zoppè si basa esclusivamente sull’emigrazione, viene quindi spontaneo chiedersi com’ebbe inizio quest’emigrazione e quali ne furono le cause. Le cause dell’emigrazione a Zoppè sono nate con il paese stesso per una ragione molto evidente: il limitato spazio vitale e l’asprezza del luogo. Tralasciando le antiche origini, fermiamoci alla fine del 1400 dove a Zoppè troviamo tre masi. Il maso era un’unità di terreno comprendente: casa, fienile e stalla, orto, campi, prati e parte del bosco. Tutto l’insieme doveva permettere il sostentamento onorevole della famiglia, pur numerosa com’erano le antiche famiglie patriarcali. L’insieme di questi tre masi formava all’incirca il territorio ove ora sorge il paese di Zoppè con i campi e i prati circostanti. I tre masi erano collocati, uno a Villa, uno a Bortolot e uno a Sagui.. Attorno a questi nuclei originari si svilupparono le tre frazioni che formano il paese di Zoppè. A valle di questi masi c’era il Ritorto, che fungeva da confine tre il Cadore e il Bellunese. Oltre il Ritorto c’erano i territori delle regole zoldane. A monte e alle spalle, oltre una piccola fascia di bosco, c’erano i pascoli comuni della regola dei monti da Vodo, mentre gli abitanti di Vodo e Vinigo avevano i loro prati particolari ed i coloneli di regola a Pian, Pecol, Fies, Socroda, Tamaril e la Mont de Sora. Appare quindi evidente che, il piccolo borgo che si sviluppò attorno ai tre masi originari, non avesse attorno ad esso uno spazio vitale nel quale praticare quell’agricoltura e pastorizia necessari al sostentamento dell’aumentata popolazione. Sul finire del 1500 erano già un centinaio gli abitanti di Zoppè con una quindicina di famiglie. Troppe per il ristretto territorio dei tre masi, e già troviamo la prima notizia di due famiglie che emigrano: Valeriano, figlio di Nicolò de Livan, che con la sua famiglia emigra a Venezia e Benvenuto figlio di Antonio pure de Livan che con la sua famiglia emigra a Trieste. Durante tutto il 1500 alcune famiglie di Zoppè integravano il magro bilancio familiare producendo carbone nei boschi, carbone che veniva in gran parte venduto ai forni e officine di Zoldo. Questa lucrosa attività durò fino all’inizio del 1600. Nella seduta del 10 settembre 1600, il consiglio della Magnifica Comunità di Cadore vietava tassativamente di vendere oltre i confini cadorini il carbone prodotto nei boschi del Cadore. I carbonai di Zoppè cercarono di opporsi con diverse motivazioni, prima di tutte la loro miseria, ma inutilmente. In loro aiuto venne il gestore del forno di Borca, Zaccaria Sagredo, che si disse disposto ad acquistare per il suo forno tutto il carbone prodotto dai carbonai di Zoppè, naturalmente ad un prezzo convenuto e non di mercato. Questo durò per tutto il 1600. Con i sudati risparmi le famiglie di Zoppè acquistarono poco a poco i prati attorno al paese: da Pian a Socroda, dalla Mont a Tamaril, da Pecol a Fies. Con l’aumento dei prati si sviluppò anche la pastorizia, ma nello stesso tempo aumentò anche la popolazione, vanificando detta espansione. Agli inizi del 1700 troviamo a Zoppè 320 abitanti divisi in 33 famiglie APPUNTI SULL’EMIGRAZIONE A ZOPPE’ DI CADORE (PRIMA PARTE) Zoppè di Cadore si anima d’inverno e si spopola d’estate. Il motivo è semplice: i suoi abitanti nei mesi caldi fanno i gelatieri soprattutto in Germania, durante il freddo trascorrono le vacanze nella loro casa. Oggi sono emigranti particolari, che nulla hanno a che vedere con la valigia di cartone che è diventato un luogo comune per indicare i tempi duri dell’esodo per lavoro, quando i maschi erano costretti ad andarsene dal paese per sfuggire la povertà che era di tutti. Pompeo Livan, di Zoppè di Cadore, gelatiere a Wittlich, una cittadina di 17 mila abiotanti a una ventina di chilometri da Treviri, ha ricostruito la storia degli emigranti di Zoppè di Cadore. È partito dal Quattrocento, quando nel territorio comunale c’erano tre masi. Da questi tre masi, proprietà fondiaria a conduzione famigliare, con casa colonica, terreni, bestiame e attrezzature agricole, che aveva anche una sua valenza giuridica, si muove il Livan per ricostruire vicende umane e familiari. È un gelatiere , che si è laureato, dice scherzosamente, all’università delle scuole elementari, ma che ha sempre coltivato le storie della propria terra, che ha deciso adesso di scrivere perchè qualcosa resti. Bravissimo nel fare ricerche e nel presentare documenti. Nel tratteggiare momenti salienti di uomini e fatti di Zoppè. Senti la nostalgia di chi, nel suo lontano “al Cafè Livan” di Wittlich, ha il cuore nel suo paese e non vede l’ora che il caldo si attenui e arrivi l’autunno per tornare ad immergersi nel clima delle sue montagne. Una domandina: lei che ha tanto studiato il mondo di ieri, tanto povero e isolato, che impressione ne ha rispetto ad oggi? Quando, insomma, si stava meglio. “Sicuramente oggi si sta meglio economicamente, non ci sono dubbi; ma è altrettanto sicuro che umanamente, familiarmente, socialmente si stava meglio ieri. C’era amore e c’era solidarietà, valori che oggi non sono così forti come dovrebbero essere”. La storia dell’emigrazione di Zoppè degli ultimi 150 anni è soprattutto storia di gelatieri. Il 91% di chi ha lasciato il paese è andato a fare il gelatiere, il mestiere che è stato “la miniera” di fatica e di un vivere dignitoso per gli zoppedini. Questa è la prima parte della ricerca di Livan Pompeo,sono pagine che hanno anche il sapore di omaggio a tutti i gelatieri attivi in Germania. Facendo un censimento delle persone che il 10 gennaio 1995 abitavano a Zoppè si raggiunse il numero di 324, la stessa operazione fatta il 10 luglio 1995 diede 111 persone. Questi due dati raffrontati tra loro evidenziano che 2/3 dell’attuale popolazione di Zoppè emigra stagionalmente per lavoro. Pur considerando che chi emigra oggigiorno lo fa per libera scelta, per esercitare una libera professione oltremodo onorevole e redditizia, a differenza di ciò che è stato per il passato, rimane pur sempre il fatto che, statisticamente parlando, l’attuale economia di Zoppè si basa esclusivamente sull’emigrazione, viene quindi spontaneo chiedersi com’ebbe inizio quest’emigrazione e quali ne furono le cause. Le cause dell’emigrazione a Zoppè sono nate con il paese stesso per una ragione molto evidente: il limitato spazio vitale e l’asprezza del luogo. Tralasciando le antiche origini, fermiamoci alla fine del 1400 dove a Zoppè troviamo tre masi. Il maso era un’unità di terreno comprendente: casa, fienile e stalla, orto, campi, prati e parte del bosco. Tutto l’insieme doveva permettere il sostentamento onorevole della famiglia, pur numerosa com’erano le antiche famiglie patriarcali. L’insieme di questi tre masi formava all’incirca il territorio ove ora sorge il paese di Zoppè con i campi e i prati circostanti. I tre masi erano collocati, uno a Villa, uno a Bortolot e uno a Sagui.. Attorno a questi nuclei originari si svilupparono le tre frazioni che formano il paese di Zoppè. A valle di questi masi c’era il Ritorto, che fungeva da confine tre il Cadore e il Bellunese. Oltre il Ritorto c’erano i territori delle regole zoldane. A monte e alle spalle, oltre una piccola fascia di bosco, c’erano i pascoli comuni della regola dei monti da Vodo, mentre gli abitanti di Vodo e Vinigo avevano i loro prati particolari ed i coloneli di regola a Pian, Pecol, Fies, Socroda, Tamaril e la Mont de Sora. Appare quindi evidente che, il piccolo borgo che si sviluppò attorno ai tre masi originari, non avesse attorno ad esso uno spazio vitale nel quale praticare quell’agricoltura e pastorizia necessari al sostentamento dell’aumentata popolazione. Sul finire del 1500 erano già un centinaio gli abitanti di Zoppè con una quindicina di famiglie. Troppe per il ristretto territorio dei tre masi, e già troviamo la prima notizia di due famiglie che emigrano: Valeriano, figlio di Nicolò de Livan, che con la sua famiglia emigra a Venezia e Benvenuto figlio di Antonio pure de Livan che con la sua famiglia emigra a Trieste. Durante tutto il 1500 alcune famiglie di Zoppè integravano il magro bilancio familiare producendo carbone nei boschi, carbone che veniva in gran parte venduto ai forni e officine di Zoldo. Questa lucrosa attività durò fino all’inizio del 1600. Nella seduta del 10 settembre 1600, il consiglio della Magnifica Comunità di Cadore vietava tassativamente di vendere oltre i confini cadorini il carbone prodotto nei boschi del Cadore. I carbonai di Zoppè cercarono di opporsi con diverse motivazioni, prima di tutte la loro miseria, ma inutilmente. In loro aiuto venne il gestore del forno di Borca, Zaccaria Sagredo, che si disse disposto ad acquistare per il suo forno tutto il carbone prodotto dai carbonai di Zoppè, naturalmente ad un prezzo convenuto e non di mercato. Questo durò per tutto il 1600. Con i sudati risparmi le famiglie di Zoppè acquistarono poco a poco i prati attorno al paese: da Pian a Socroda, dalla Mont a Tamaril, da Pecol a Fies. Con l’aumento dei prati si sviluppò anche la pastorizia, ma nello stesso tempo aumentò anche la popolazione, vanificando detta espansione. Agli inizi del 1700 troviamo a Zoppè 320 abitanti divisi in 33 famiglie. SEGUE SECONDA E TERZA PARTE

L’EMIGRAZIO A ZOPPE’ DI CADORE

 


(SECONDA PARTE)

 

“Dai masi al mondo”, l’epopea della gente di Zoppè di Cadore, piccolo comune bellunese dominato dal Pelmo: una storia tribolata agli inizi, caratterizzata da povertà, eppure molto dignitosa; solide tradizioni montanare.

 

Un’economia chiusa (il maso), una tradizione forte, una decisa identità.

 

All’inizio tre masi, attorno ai quali ruotava la vita.

 

 

 

Era il mondo.

 

Già nel Cinquecento due famiglie si staccano: una va a Venezia, l’altra raggiunge Trieste. Si vive coltivando terra e boschi. Il legname è la ricchezza prima da tutelare e da risparmiare. E’ disciplinata dalla Magnifica comunità del Cadore. Sono celebri i Carbonai di Zoppè nei confronti dei quali si decidono misure restrittive. Nel Seicento l’acquisto dei prati e lo sviluppo della pastorizia. Aumenta la ricchezza, ma cresce, nel frattempo, la popolazione. Il pane è sempre poco per tante bocche. Agli inizi del Settecento Zoppè conta 320 abitanti divisi in 33 famiglie.

 

 ...Troppe per vivere decentemente con le magre agricoltura e pastorizia.

 

Sono dei primi decenni del 1700 le prime notizie che troviamo di emigranti di Zoppè.

 

Alcuni Zoppedini lavoravano come “Menadas”, cioè come zatterieri che da Perarolo conducevano le Zattere a Venezia lungo il Piave.

 

Alcuni di questi Zoppedini si stabilirono a Perarolo.

 

Sempre in quegli anni, abbiamo notizia di alcuni zoppedini che esercitavano il mestiere di fabbro ambulante e giravano il territorio della Repubblica Veneta.

 

Sempre dello stesso periodo sono le notizie di uomini di Zoppè che lavoravano nei cantieri e botteghe artigiane di Venezia.

 

Sempre a Venezia Gregorio de Livan possedeva una bottega di tessitore, bottega che nel suo testamento del 1785 lasciava al nipote Antonio con l’obbligo di imparare bene il mestiere di tessitore.

 

Arriviamo così alla fine del 1700.

 

Con gli sconvolgimenti politici seguiti alla rivoluzione francese e alle guerre napoleoniche, la fragile economia di Zoppè ebbe un notevole tracollo.

 

Sono dei primi decenni del 1800 le prime notizie di una nuova emigrazione stagionale: i venditori di dolciumi e castagne.

 

Nel 1811, un gruppo di uomini di Zoppè formano una compagnia e si recano durante l’inverno a Ferrara a vendere castagne e pere cotte.

 

Essi sono: Osvaldo Sagui Luca, Giovanni Maria Sagui, Giacomo De Lorenzo Pino, Bortolo Matiuzzi Zot, Antonio Tomea Bareta, Alessandro Livan Duanuta.

 

Costoro, nel 1826, inoltrano una supplica alle autorità pontificie di Ferrara per il permesso di soggiorno.

 

 

 

 

 

 

 

Ecc. e Rev. Principe,

 

 

 

 

 

soni più di quindici anni li rispettosissimi Osvaldo Sagui Luca, Giovanni Maria Sagui,De Lorenzo Giacomo Pino, Bortolo Mattiuzzi Zot, Tomea Antonio Bareta, Livan Alessandro Duanuta, Tutti di Zoppè di Cadore sotto Belluno usano di portarsi ogni vernata in Ferrara ad esercitare il loro mestiere di castagnaro e miottaro, perciò reduci anche quest’anno siccome al solito si fano a supplicare vivamente la bontà vostra Eccellentissimo Principe affinché per effetto di grazia vogliate degnarci di permettere di dimorare in questa Città fino alla ventura primavera.

 

 Si osserva alla Eminenza Vostra Reverendissima che abituati li supplicanti al qui portarsi trovasi avere in Ferrara ogni loro utinsigli di mestiere e molti capitali e che perciò le sarebbe se rimanessero inesauditi un danno riflessibile il trasportamento dei medesimi.

 

 Ma perché sperano di ottenere dalla Vostra Bontà almeno per questo anno il consueto permesso, che non fu mai ancora ad alcuno negato, cosi umigliano nella presente supplica la grazia che li viene fatta da probe ed oneste persone del paese. Indubbi di favorevole esaurimento anticipano Grazie e protestano di essere di Vostra Eminenza Reverendissima.

 

 

 

 Ferrara 26 ottobre 1826

 

Umilissimi Devotissimi Rispettosissimi servi.

 

Antonio e compagni

 

Piegata la petizione frontespizio

 

All’ Eccellentissimo Reverendissimo Principe D.D. Cardinale Arezzo Legato della Città e Provincia di Ferrara.

 

Supplica

 

Di permanere fino alla ventura primavera in questa città ed esercitare l’arte di castagnaro e miottaro come anno sempre praticato per il lasco di oltre quindici anni. Per li montanari entro nominati.

 

 

 

 Ferrara lì 26 ottobre 1826

 

Siamo a garantire nei sotto scritti (si deba mettere tutti li nominativi come nella petizione) tutti di Zoppè di Cadore notti qualunque autorità affinché possano li medesimi ottenere il permesso di dimora in questa Città di Ferrara fino alla prossima ventura primavera, ed esercitare la loro profissione di castagnaro e miottaro promettendo che niuno di fare mal uso del permesso che implorano.

 

In fede (li sottoscritti D.D.) D.D. due che garantiscano detti possidenti.”

 

 

 

 

Non è pensabile che questo nuovo mestiere sia nato di punto in bianco, ma che forse sia cominciato già negli ultimi anni del 1700 al seguito dei venditori di “agua e anese”, cioè di acqua e anice, che giravano per le calli di Venezia con un barilotto a tracolla.

 

Altrettanto improbabile è che questa “compagnia”, di cui abbiamo trovato notizia, sia stata una realtà isolata, ma che molti altri zoppedini abbiano seguito questa strada.

 

Infatti, è del1819 la prima lettera che conosciamo di emigranti che scrivevano a casa.

 

Antonio De Bernardin Piaza scrive da Bassano una lettera alla moglie Gasperina Tomea:

 

 

 

“Mogle Carisima Sallutte

 

 Bassano lì 25 novembre 1819

 

 

 

 

 

Con la presente vengo a farvi notto del nostro fellice stato di perfeta sallute e talle spera di voi tutte vi averto che saremo precipite a lavorar ma non sapiamo ancora niente se fermemo in Basano si o no vi scrivero di melgio riceverete da mia zermana anzoleta lire locali dieci dico 10 altro non mi allungo solo sallutarvi di vere core asieme la cugnata Pasqua e la sorella Catarina atendo la pronta risposta quanto prima sallutarete da parte di suo filgio Giacomo eso stano bene e anco da perte di suoi frateli la Orsola Luca e sua filgia Anna e sono vostro fidel marito Antonio De Bernardin scrive.”

 

 

 

Questa compagnia era formata dai fratelli De Bernardin Piaza Antonio, Osvaldo e Giovanni, dal loro nipote Giacomo Sagui Luca e dagli zii di quest’ultimo i fratelli Zanmicheli da Vodo.

 

Anche le altre forme di emigrazione tipiche del 1700 sopravvivevano.

 

Nel 1830 troviamo notizia dei fratelli Tommaso e Giovanni de Nadal che assieme al cugino Lorenzo De Lorenzo Pino lavoravano come carbonai in Primiero.

 

Nel 1856 Bortolo Tomea Baz riceve un attestato da Alessandro Bandin di Rovigo titolare di un’ officina di fabbro, in cui si attesta che il detto Bortolo ha lavorato per cinque invernate in detta officina e ha imparato bene il mestiere di fabbro.

 

Il mestiere di fabbro e venditore di chiodi è appunto la forma di emigrazione stagionale prevalente durante quasi tutto il 1800.

 

Quando Zoppè passò sotto il regno d’Italia nel 1866, erano ben 42 le persone di Zoppè che giravano in massima parte le città del triveneto a vendere chiodi.

 

Come si svolgeva l’attività?

 

Trovato un locale adatto per impiantare una rudimentale officina con mantice e forgia, fabbricavano chiodi di ogni misura e qualità che poi vendevano sui mercati.

 

Di questi chiodatoli, come venivano chiamati, per ragioni diverse siamo riusciti a trovare i nominativi di una ventina.

 

La lista di costoro può far rintracciare un nostro parente che ha esercitato anche questo mestiere.

 

 

 

 

 

 

 

  • 1817   Bortolo fu Gio Batta Livan Turco – Thiene

     

  • 1824   Giuseppe Pampanin Lasta – Padova

     

  • 1827   Michele Sagui Luca – Salorno

     

  • 1828   Giovanni Sagui Loto – Padova

     

  • 1844   Antonio Pampanin Cribol – Vicenza

     

  • 1855   Giacomo Sagui Luca – Venezia

     

  • 1856   Bortolo Tomea Baz – Rovigo

     

  • 1857   Giovanni Sagui Donin – Trieste

     

  • 1870   Gio Batta Bortolot Rita – Vicenza

     

  • 1870   Valentino Talamini Tonon – Montagnana

     

  • 1870   Pellegrino De Lorenzo Pino – Vicenza

     

  • 1870   Bortolo fu Gregorio Livan Goi – Venezia

     

  • 1870   Bernardo Tomea Chech – Rovigo

     

  • 1870   Nicolò Tomea de Tone – Ferrara

     

  • 1871   Isidoro Livan Curt – Trieste

     

  • 1871   Michele Bortolot Rita – Ferrara

     

  • 1872   Michele De Lorenzo Pino – Padova

     

  • 1875   Vincenzo e Domenico Livan Curt – Trieste

     

  • 1876   Antonio Tomea de Tone – Rovigo

     

  • 1886   Gio Batta Sagui Luca – Trento

     

  • 1887   Osvaldo Sagui Luca – Trento

     

  • 1891   Osvaldo e Giuseppe Mattiuzzi Svalon – Padova

     

 

 

 

 

 

 

Sono però i cosiddetti miottari e castagnari i precursori dei nostri gelatieri attuali.

 

Come già accennato nel capitolo precedente, già all’inizio del 1800 troviamo una compagmia di costoro a Ferrara.

 

Siamo riusciti, per vari motivi, a farne una lista di una ventina per tutto il 1800, ma erano certamente di più se nel 1866 con l’annessione di Zoppè al Regno d’Italia costoro erano 36.

 

 

 

 

 

 

 

·        1811  Osvaldo Sagui Luca, Giovanni Maria Sagui Luca, Giacomo De Lorenzo Pino,                                          Bortolo Mattiuzzi Zot, Antonio Tomea Bareta, Alessandro Livan Duanuta – Ferrara

 

·     1866    Antonio Tomea fu Antonio de Tone Bareta – Vienna

 

  • 1868    Giovanni De Bernardin Piaza – Venezia

     

 

 

  • 1871    Innocente Talamini Tonon – Vicenza

     

 

 

  • 1872    Bortolo Livan Curt - Trieste

     

 

 

  • 1872    Giovacchino Livan Curt – Venezia

     

 

 

  • 1872    Giacomo e Federico di Antonio De Lorenzo Pino – Padova

     

  • 1872    Giulio Mattiuzzi Piaza – Venezia

     

  • 1872    Antonio Pampanin Manecol – Venezia

     

  • 1873    Luigi Antonio Bortolot Baro – Vienna

     

  • 1874    Antonio Sagui Loto – Trieste

     

  • 1879    Domenico fu Osvaldo Livan Curt – Trieste

     

  • 1881    Giovanni di Bernardo Tomea Chech – Ferrara

     

  • 1885    Domenico Michele De Lorenzo Pino – Venezia

     

  • 1886    Flaminio Livan Duanuta – La Spezia

     

  • 1887    Giacomo e Pietro Livan Petuz – Ferrara

     

  • 1889    Osvaldo Livan Paron – Padova

     

1890    Vito Pampanin Cribol – Venezia.


 

APPUNTI SULL’EMIGRAZIONE A ZOPPE’ DI CADORE

 

(TERZA PARTE)

 

 Fine Ottocento: da Zoppè di Cadore cessa l’esodo delle famiglie verso l’America, mentre si comincia a guardare all’impero austro-ungarico e alla Germania.

 

Lavoro: venditori di canditi e sorbetti e presto di gelati. L’attività si rivela molto interessante, dà soddisfazioni. La prima grande guerra mondiale interrompe il flusso migratorio, che riprende massiccio al termine del secondo conflitto, alla fine degli anni Quaranta del secolo scorso. E qui si ferma il saggio di Pompeo Livan: una ricostruzione di storie famigliari di Zoppè, colte nel momento in cui vengono lasciati i masi e si va per il mondo in cerca di fortuna.

 

 

 

 

 

Si parte prima per l’America, poi per il nord Europa.

 

Belle pennellate che rievocano i cambiamenti di una comunità, lo sforzo per migliorare e per progredire, la laboriosità e l’intraprendenza di tanti che, se anche non hanno fatto fortuna, hanno assicurato pane dignitoso alla famiglia.

 

Le autorità austriache che governavano il Lombardo-Veneto verso il 1820 posero mano per regolamentare il commercio sia ambulante sia stabile.

 

Per esercitare un commercio o un mestiere ci voleva una licenza, per avere una licenza ci voleva un attestato che comprovasse la capacità di svolgere un dato mestiere.

 

Per chi da anni svolgeva un’attività bastava una dichiarazione giurata, ma per i giovani era obbligo di fare alcuni anni di apprendistato, finito il quale, se meritevole, il titolare della bottega rilasciava un attestato.

 

Così i giovani di Zoppè che volevano seguire le orme paterne dovettero fare i garzoni di pasticceria, dalla quale uscivano dopo tre o cinque anni con l’attestato di offeliere, cioè pasticcere.

 

Dopo altri tre anni di lavoro in pasticceria diventavano maestri offelieri e potevano a loro volta rilasciare attestati.

 

Il primo di costoro di cui siamo riusciti a trovare notizia fu un certo Giovanni Pampanin Duanuta nel 1847.

 

Naturalmente chi imparava il mestiere di offeliere non si rimetteva a confezionare cialde e pere cotte, ma certamente fece un salto di qualità.

 

Secondo una tradizione orale, uno di questi giovani in una bottega di pasticceria a Venezia imparò l’arte di confezionare il sorbetto, che altro non era che l’antenato del gelato.

 

La tradizione ha perso la memoria del nome di questo giovane e quando è successo.

 

Nel 1873 a Vienna moriva di malattia Luigi Antonio di Pellegrino Bortolot Baro.

 

A comunicarlo al parroco di Zoppè con una lettera fu Antonio Tomea de Tone Bareta, che si dice responsabile di una compagnia di uomini di Zoppè, senza farne i nomi, che si trovano a Vienna a vendere canditi e sorbetti.

 

E’ questa la prima menzione che siamo riusciti rintracciare di qualcuno di Zoppè che vendeva sorbetto.

 

Lasciamo ora per un  momento i gelatieri per occuparci di un’altra emigrazione che si verificò negli ultimi decenni del 1800: l’emigrazione verso l’America.

 

Di questi emigranti, ben pochi ritornarono a Zoppè.

 

Non siamo riusciti a fare una lista completa di questi emigranti, ma pensiamo che ci siano quasi tutti nella lista seguente.

 

  • Simeone Simonetti e famiglia

     

  • Luigi Simonetti fu Simeone

     

  • Arcangelo Tomea Chech e famiglia

     

  • Paolo Matiuzzi Piere e famiglia

     

  • Guglielmo Sagui Loto e famiglia

     

  • Erminio De Lorenzo Bestia

     

  • Michelangelo Pampanin Cribol

     

  • Andrea Bortolot Rita e famiglia

     

  • Rodolfo Bortolot Rita

     

  • Bortolo Pampanin Marchiò e famiglia

     

  • Ferruccio De Nadal e famiglia

     

  • Vittorio Bortolot Baro e famiglia

     

  • Sebastiano Bortolot Baro

     

  • Celeste De Lorenzo Pino e famiglia

     

  • Clemente Tomea Chech e famiglia

     

  • Zan Batta, Giulio, Amedeo di Osvaldo Sagui Luca

     

Oltre a queste persone che nella maggior parte dei casi non fecero più ritorno a Zoppè; nei primi anni del 1900 altre persone di Zoppè partirono per l’America per lavoro.

 

A differenza della prima ondata in cui partirono intere famiglie, questi ultimi erano in massima parte individui singoli e molti ritornarono a Zoppè.

 

Riprendiamo ora a seguire la strada dei gelatieri.

 

Come già accennato, nel 1873 troviamo una prima notizia di una compagnia di uomini di Zoppè che a Vienna vendevano canditi e sorbetti.

 

Non conosciamo il nome di tutti, ma solamente di Antonio fu Antonio Tomea Bareta e del giovane Luigi Antonio Bortolot Baro morto di malattia.

 

Molto probabilmente tra di loro c’era anche Giulio Mattiuzzi Piaza e Michele Pampanin Duanuta.

 

Questo lo si può dedurre dallo sviluppo degli anni successivi.

 

Appunto seguendo le vicende di questi signori, cioè del Mattiuzzi, del Pampanin e del Tomea, si può tracciare uno schema di come si sviluppò il mestiere di gelatiere.

 

Molto probabilmente titolare della licenza della compagnia che lavorava a Vienna nel 1873 era Antonio Tomea se nella sua lettera si dice responsabile della compagnia stessa.

 

Di questa compagnia non conosciamo altre notizie.

 

Il Tomea nel 1884 lascia Vienna e si reca a Lipsia in Germania, dove in pochi anni sviluppa la sua attività fino ad avere una ventina di carrettini da gelato che girano la città.

 

Nel 1890 suo figlio Bortolo assieme ad Antonio Pampanin Pelico si reca a Budapest.

 

Dopo un paio di stagioni il Pampanin si ritira dalla società, mentre il Bortolo Bareta sviluppa sempre più la sua attività e nel periodo di maggior espansione, verso il 1910, possedeva 10 negozi e 63 carrettini con oltre un centinaio di dipendenti.

 

Con la guerra del 1915-18 perse tutto.

 

Il personale per far funzionare la sua attività il Tomea lo assumeva naturalmente prima in paese, ma poi man mano che quelli di Zoppè si mettevano per proprio conto, prese a lavorare persone di Zoldo e di Venas dove il Tomea aveva dei parenti.

 

Così il mestiere di gelatiere si espanse anche nei paesi vicini.

 

A Vienna rimasero il Mattiuzzi e il Pampanin.

 

Giulio Mattiuzzi richiede, molto probabilmente, nel 1887 la sua prima licenza.

 

Questo lo possiamo dedurre da una certificazione di questo tenore:

 

“Comune di Zoppè di Cadore.

 

 

 

 

 

Certificato

 

 

Io sottoscritto Pampanin Antonio fu Bortolo di Zoppè certifico e mi chiamo garante che Giulio Mattizzi fu Bortolo pure di Zoppè è stato ad imparare il mestiere ad arte di offeliere dal 1862 al tutto 1867 qual garzone e dal 1867 al 1871 qual agente a negozio da se stesso pure in Venezia ed è capace del mestiere ed ha una ottima condotta.

 

 

 

In fede.

 

Zoppè di Cadore 15 maggio 1887.

 

 

 

 

 

Il Maestro e Garante Antonio Pampanin Offeliere.”

 

 

 

 

 

Questi tipi di certificazioni servivano per ottenere la licenza.

 

Anche il Mattiuzzi a Vienna, come era successo per il Bortolo Bareta a Budapest, in breve tempo sviluppò notevolmente la sua attività, nel1899 teneva in due sobborghi di Vienna, Floridsdorf e Stockerau, diversi carrettini con un notevole giro d’affari, come si deduce dalle tasse di fabbricazione sul gelato pagate alla città di Vienna appunto nel 1899.

 

Sempre a Vienna, negli stessi anni, troviamo Michele Pampanin Duanuta (Michelogn) con quattro gelaterie ed in un sobborgo di Vienna teneva una decina di carrettini.

 

A Vienna in quegli anni troviamo, con dei carrettini, anche Celeste Bortolot Baro e Antonio Mattiuzzi Fior.

 

Da Vienna a Budapest i gelatieri di Zoppè pian piano si espansero a macchia d’olio in tutta Europa.

 

Nel 1896 i fratelli Primo, Secondo e Ludovico di Antonio Sagui Loto si recano in Germania a Moenchengladbach e iniziano la loro attività.

 

Dopo un paio d’anni di lavoro in società si dividono, Ludovico rimane a Moenchengladbach, Primo inizia la sua attività a Remscheid e Secondo si reca a Hagen.

 

Sempre in quegli anni Bortolo Pampanin Pampanin, Vittorio Pampanin Franz e Gaspare Pampanin Lasta si recano a Kiel in Germania e iniziano la loro attività in società.

 

Poi Bortolo si sposta a Neumuenster, e Gaspare Pampanin a Bremen.

 

I tre Pampanin rimangono però in società, e finita la stagione mettono insieme i guadagni dividendoli poi in tre parti uguali.

 

Dopo alcuni anni sciolgono la società, e Gaspare Pampanin assieme al fratello Giuseppe ed a Antonio Pampanin di Vittorio si recano a Bruenn (Brno) in Moravia dove aprono un negozio di gelateria.

 

Nei primi anni del 1900 troviamo altri di Zoppè in Germania.

 

Giobatta Tomea de Roco lo troviamo in Lubecca.

 

Cirillo Sagui tenta la fortuna prima Bremen poi a Witten ed infine si stabilisce a Luedenscheid.

 

Natale De Nadal e Giuseppe Sagui Donin lavorano in società a Gevelsberg.

 

I fratelli Michele, Fioravante e Pancrazio Mattiuzzi Zot sono a Potsdam e Solingen.

 

A Berlino troviamo un’altra compagnia, essi sono Zefferino Talamini Tonon, Simeone Simonetti Simon de sora e Alfonso Simonetti Federichi.

 

A Danzica e poi a Stettino c’era Davide De Nadal assieme al quale, negli ultimi anni prima della guerra, si associò il nipote Antonio (de la barba).

 

A Bruenn in Moravia troviamo Fortunato Tomea Mauro.

 

Giosuè Bortolot Baro vendeva gelati in Carinzia.

 

Per quegli anni, in Italia, abbiamo trovato notizia di Bernardino Tomea Chech e Nicolò Livan Paron che vendevano gelati a Ferrara, mentre Nicolò Tomea de Tone era a Rovigo.

 

Con la prima guerra mondiale, chi si trovava con la sua attività in Germania o nei territori dell’impero austro-ungarico perse ogni cosa.

 

Dopo la guerra tutti ripartivano da zero, ma la maggior parte dei gelatieri di Zoppè preferì rimanere in Italia.

 

Fu soltanto dopo la seconda guerra mondiale che i nostri gelatieri ripresero in massa la strada della Germania fino ad assumere la forma attuale.

L’EMIGRAZIO A ZOPPE’ DI CADORE

 


(SECONDA PARTE)

 

“Dai masi al mondo”, l’epopea della gente di Zoppè di Cadore, piccolo comune bellunese dominato dal Pelmo: una storia tribolata agli inizi, caratterizzata da povertà, eppure molto dignitosa; solide tradizioni montanare.

 

Un’economia chiusa (il maso), una tradizione forte, una decisa identità.

 

All’inizio tre masi, attorno ai quali ruotava la vita.

 

 

 

Era il mondo.

 

Già nel Cinquecento due famiglie si staccano: una va a Venezia, l’altra raggiunge Trieste. Si vive coltivando terra e boschi. Il legname è la ricchezza prima da tutelare e da risparmiare. E’ disciplinata dalla Magnifica comunità del Cadore. Sono celebri i Carbonai di Zoppè nei confronti dei quali si decidono misure restrittive. Nel Seicento l’acquisto dei prati e lo sviluppo della pastorizia. Aumenta la ricchezza, ma cresce, nel frattempo, la popolazione. Il pane è sempre poco per tante bocche. Agli inizi del Settecento Zoppè conta 320 abitanti divisi in 33 famiglie.

 

 ...Troppe per vivere decentemente con le magre agricoltura e pastorizia.

 

Sono dei primi decenni del 1700 le prime notizie che troviamo di emigranti di Zoppè.

 

Alcuni Zoppedini lavoravano come “Menadas”, cioè come zatterieri che da Perarolo conducevano le Zattere a Venezia lungo il Piave.

 

Alcuni di questi Zoppedini si stabilirono a Perarolo.

 

Sempre in quegli anni, abbiamo notizia di alcuni zoppedini che esercitavano il mestiere di fabbro ambulante e giravano il territorio della Repubblica Veneta.

 

Sempre dello stesso periodo sono le notizie di uomini di Zoppè che lavoravano nei cantieri e botteghe artigiane di Venezia.

 

Sempre a Venezia Gregorio de Livan possedeva una bottega di tessitore, bottega che nel suo testamento del 1785 lasciava al nipote Antonio con l’obbligo di imparare bene il mestiere di tessitore.

 

Arriviamo così alla fine del 1700.

 

Con gli sconvolgimenti politici seguiti alla rivoluzione francese e alle guerre napoleoniche, la fragile economia di Zoppè ebbe un notevole tracollo.

 

Sono dei primi decenni del 1800 le prime notizie di una nuova emigrazione stagionale: i venditori di dolciumi e castagne.

 

Nel 1811, un gruppo di uomini di Zoppè formano una compagnia e si recano durante l’inverno a Ferrara a vendere castagne e pere cotte.

 

Essi sono: Osvaldo Sagui Luca, Giovanni Maria Sagui, Giacomo De Lorenzo Pino, Bortolo Matiuzzi Zot, Antonio Tomea Bareta, Alessandro Livan Duanuta.

 

Costoro, nel 1826, inoltrano una supplica alle autorità pontificie di Ferrara per il permesso di soggiorno.

 

 

 

 

 

 

 

Ecc. e Rev. Principe,

 

 

 

 

 

soni più di quindici anni li rispettosissimi Osvaldo Sagui Luca, Giovanni Maria Sagui,De Lorenzo Giacomo Pino, Bortolo Mattiuzzi Zot, Tomea Antonio Bareta, Livan Alessandro Duanuta, Tutti di Zoppè di Cadore sotto Belluno usano di portarsi ogni vernata in Ferrara ad esercitare il loro mestiere di castagnaro e miottaro, perciò reduci anche quest’anno siccome al solito si fano a supplicare vivamente la bontà vostra Eccellentissimo Principe affinché per effetto di grazia vogliate degnarci di permettere di dimorare in questa Città fino alla ventura primavera.

 

 Si osserva alla Eminenza Vostra Reverendissima che abituati li supplicanti al qui portarsi trovasi avere in Ferrara ogni loro utinsigli di mestiere e molti capitali e che perciò le sarebbe se rimanessero inesauditi un danno riflessibile il trasportamento dei medesimi.

 

 Ma perché sperano di ottenere dalla Vostra Bontà almeno per questo anno il consueto permesso, che non fu mai ancora ad alcuno negato, cosi umigliano nella presente supplica la grazia che li viene fatta da probe ed oneste persone del paese. Indubbi di favorevole esaurimento anticipano Grazie e protestano di essere di Vostra Eminenza Reverendissima.

 

 

 

 Ferrara 26 ottobre 1826

 

Umilissimi Devotissimi Rispettosissimi servi.

 

Antonio e compagni

 

Piegata la petizione frontespizio

 

All’ Eccellentissimo Reverendissimo Principe D.D. Cardinale Arezzo Legato della Città e Provincia di Ferrara.

 

Supplica

 

Di permanere fino alla ventura primavera in questa città ed esercitare l’arte di castagnaro e miottaro come anno sempre praticato per il lasco di oltre quindici anni. Per li montanari entro nominati.

 

 

 

 Ferrara lì 26 ottobre 1826

 

Siamo a garantire nei sotto scritti (si deba mettere tutti li nominativi come nella petizione) tutti di Zoppè di Cadore notti qualunque autorità affinché possano li medesimi ottenere il permesso di dimora in questa Città di Ferrara fino alla prossima ventura primavera, ed esercitare la loro profissione di castagnaro e miottaro promettendo che niuno di fare mal uso del permesso che implorano.

 

In fede (li sottoscritti D.D.) D.D. due che garantiscano detti possidenti.”

 

 

 

 

Non è pensabile che questo nuovo mestiere sia nato di punto in bianco, ma che forse sia cominciato già negli ultimi anni del 1700 al seguito dei venditori di “agua e anese”, cioè di acqua e anice, che giravano per le calli di Venezia con un barilotto a tracolla.

 

Altrettanto improbabile è che questa “compagnia”, di cui abbiamo trovato notizia, sia stata una realtà isolata, ma che molti altri zoppedini abbiano seguito questa strada.

 

Infatti, è del1819 la prima lettera che conosciamo di emigranti che scrivevano a casa.

 

Antonio De Bernardin Piaza scrive da Bassano una lettera alla moglie Gasperina Tomea:

 

 

 

“Mogle Carisima Sallutte

 

 Bassano lì 25 novembre 1819

 

 

 

 

 

Con la presente vengo a farvi notto del nostro fellice stato di perfeta sallute e talle spera di voi tutte vi averto che saremo precipite a lavorar ma non sapiamo ancora niente se fermemo in Basano si o no vi scrivero di melgio riceverete da mia zermana anzoleta lire locali dieci dico 10 altro non mi allungo solo sallutarvi di vere core asieme la cugnata Pasqua e la sorella Catarina atendo la pronta risposta quanto prima sallutarete da parte di suo filgio Giacomo eso stano bene e anco da perte di suoi frateli la Orsola Luca e sua filgia Anna e sono vostro fidel marito Antonio De Bernardin scrive.”

 

 

 

Questa compagnia era formata dai fratelli De Bernardin Piaza Antonio, Osvaldo e Giovanni, dal loro nipote Giacomo Sagui Luca e dagli zii di quest’ultimo i fratelli Zanmicheli da Vodo.

 

Anche le altre forme di emigrazione tipiche del 1700 sopravvivevano.

 

Nel 1830 troviamo notizia dei fratelli Tommaso e Giovanni de Nadal che assieme al cugino Lorenzo De Lorenzo Pino lavoravano come carbonai in Primiero.

 

Nel 1856 Bortolo Tomea Baz riceve un attestato da Alessandro Bandin di Rovigo titolare di un’ officina di fabbro, in cui si attesta che il detto Bortolo ha lavorato per cinque invernate in detta officina e ha imparato bene il mestiere di fabbro.

 

Il mestiere di fabbro e venditore di chiodi è appunto la forma di emigrazione stagionale prevalente durante quasi tutto il 1800.

 

Quando Zoppè passò sotto il regno d’Italia nel 1866, erano ben 42 le persone di Zoppè che giravano in massima parte le città del triveneto a vendere chiodi.

 

Come si svolgeva l’attività?

 

Trovato un locale adatto per impiantare una rudimentale officina con mantice e forgia, fabbricavano chiodi di ogni misura e qualità che poi vendevano sui mercati.

 

Di questi chiodatoli, come venivano chiamati, per ragioni diverse siamo riusciti a trovare i nominativi di una ventina.

 

La lista di costoro può far rintracciare un nostro parente che ha esercitato anche questo mestiere.

 

 

 

 

 

 

 

  • 1817   Bortolo fu Gio Batta Livan Turco – Thiene

     

  • 1824   Giuseppe Pampanin Lasta – Padova

     

  • 1827   Michele Sagui Luca – Salorno

     

  • 1828   Giovanni Sagui Loto – Padova

     

  • 1844   Antonio Pampanin Cribol – Vicenza

     

  • 1855   Giacomo Sagui Luca – Venezia

     

  • 1856   Bortolo Tomea Baz – Rovigo

     

  • 1857&n
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